Atene, Terra di rivoluzioni artistiche

Atene fu la città natale delle prime rivoluzioni artistiche. Qui infatti gli artisti greci cominciarono a scoprire le loro vere capacità. Incominciarono a scolpire statue in pietra non solo seguendo le rigide regole della vecchia scuola egizia, ma iniziando a fare prove per conto proprio.

Infatti non cercarono più di seguire un determinato stile artistico che non ammettesse errori o personalizzazioni, anzi cominciarono a scoprire nuove tecniche e quindi a guardare al di là dei canoni tradizionali.

Prime personalizzazioni

Ernst Gombrich, infatti, prende come esempio perfetto per spiegarci questi primi cambiamenti, due statue

Polimede di Argo

“I fratelli Cleobi e Bitone” 615-590 a.C.

In marmo a tutto tondo. Statue votive dedicate ad Apollo, ritrovate a Delfi e conservate al Museo Nazionale Archeologico di Delfi.


In questa foto possiamo vedere come l’artista seguì quasi del tutto i canoni artistici della scuola egizia, ma provò ad applicare alcune modifiche personali. Infatti notiamo bene come le ginocchia di questi personaggi siano state modellate e rimodellate per dare loro più tridimensionalità.

Da questa piccola personalizzazione possiamo percepire già l’inizio di un periodo turbolento per l’arte tradizionale egizia.

Finalmente gli artisti incominciarono a vedere più con i loro occhi, studiando metodologie e tecniche differenti, e non guardando solo la realtà concreta che li circondava.

Da qui incominceremo a parlare di nuove scoperte, studi dell’anatomia umana, delle espressioni del corpo, del suo linguaggio, della sua perfezione. Finalmente l’arte non fu più così rigida e regolamentata, anzi diventò terra fertile per talenti di ogni genere.

Molte furono le prove effettuate dagli artisti greci per dare ad esempio più espressività ad un viso, o magari per dare più armoniosità al corpo di una statua, questo perché ormai avevano preso una strada che era ormai impossibile da non continiuare.

L’arte cambia per tutti

Anche gli artigiani più umili, come i vasari, applicarono nelle pitture vascolari nuove tecniche artistiche. Proprio come in questo antico vaso:

Achille e Aiace che giocano a dadi 540 a.C.

L’anfora campaniforme a figure nere di Exechias conservata ai Musei Vaticani è tra le ceramiche più famose del mondo antico. Risale al 540-530 a.C. ed è stata rinvenuta in una tomba etrusca a Vulci. Sulla superficie sono raffigurati Achille e Aiace che, in una pausa dal combattimento sotto le mura di Troia, giocano a dadi.

Molti dettagli erano ormai tralasciati per dare spazio all’espressività e all’armonia. Possiamo vedere, per esempio, come l’autore non dà peso al fatto che le spalle e le braccia non sono rese in maniera marcata e rigida come erano invece dipinte nelle classiche rappresentazioni egizie. Oppure come la mano sinistra di Achille (a sinistra) è molto piccola rispetto a quella destra.

Insomma, la vera arte stava nascendo e già dopo pochi anni ci fu il primo vero e proprio segno di distacco dal passato. Nel prossimo vaso, un dettaglio che probabilmente sfuggirà a molti sarà l’elemento determinante che ha delimitato la linea tra il concetto di arte egizia e quella greca.

Lo scorcio

La partenza del guerriero 510-500 a.C.

Una volta rotta l’antica schiavitù, una volta affidatasi l’artista a ciò che vedeva, una vera e propria frana si mise in movimento.

Il vaso, come detto poco prima, ha un dettaglio fondamentale che può sembrare indifferente.

Lo scorcio. Fu un momento drammatico della storia dell’arte quando poco prima del 500 a.C. gli artisti osarono dipingere, per la prima volta nella storia, un piede visto di fronte, dato che fino a quel momento, come spiegato negli articoli precedenti, i piedi, come altre parti del corpo, erano sempre stati raffigurati lateralmente.

Inoltre un altro dettaglio che salta all’occhio è lo scudo del giovane, che non è rotondo come potremmo vederlo nella nostra immaginazione, ma di taglio, appoggiato al muro.

Tutto ciò spiega come ormai l’artista non voleva più includere tutto nella sua opera e nel modo più chiaro e visibile (come invece era obbligatorio nell’arte egizia), ma teneva conto dell’angolo da cui vedeva l’oggetto.


Questa è ormai l’epoca in cui il popolo greco incomincia a contestare le antiche tradizioni e le leggende sugli dèi e spregiudicatamente indaga sulla natura delle cose. E’ l’epoca in cui sorsero e si svilupparono, la scienza, la filosofia e in cui dalle feste dionisiache fiorì il teatro.

Invasioni e ricostruzioni

Nel 480 a.C. i templi dell’Acropoli erano stati incendiati e saccheggiati dai persiani e dovevano essere ricostruiti in marmo, con uno splendore e una maestosità senza precedenti.

La progettazione dei nuovi templi fu affidata a Iktinos, invece la creazione di sculture e l’abbellimento dei templi fu affidata a Fidia. Fu considerato lo scultore più grande d’Occidente perché le sue statue si prestavano a una meditazione sui rapporti tra arti figurate, poesia, storia e soprattutto retorica riguardo alla solennità, alla grandiosità e alla dignità.

Immaginiamo di ritrovarci dentro ad un tempio e di essere davanti all’opera più famosa e più imponente costruita da Fidia, la Pallade Atena.

Ormai persa e distrutta dai secoli, la possiamo immaginare composta in questo modo: una gigantesca statua di legno, alta circa undici metri, completamente ricoperta di materiale prezioso: l’armatura e gli abiti in oro, la pelle d’avorio. Abbondavano i colori vivaci e splendenti dello scudo e in altre parti dell’armatura, mentre gli occhi erano fatti di gemme scintillanti.

In questa foto possiamo vedere un’imitazione di quello che un normale uomo greco di quel tempo poteva trovarsi davanti quando entrava nel tempio.

Athena Parthenos, 447-432 a.C.

Secondo le ricostruzioni Athena era raffigurata in piedi, abbigliata con un peplo ricadente in molti panneggi che creavano pieghe verticali. Sul petto vi era una fibia con la rappresentazione di Medusa e l’egida (il suo scudo) con la testa di una Gorgone.

Ci spostiamo all’esterno del tempio, guardando nei riquadri (metope), sopra l’architrave, in cui furono raffigurate da Fidia, le fatiche di Ercole. A differenza della Pallade Atena, queste metope sono ancora visibili e tra le tante arrivate a noi, Ernst ha voluto analizzare la prossima:

Ercole che regge il cielo, 470-460 a.C

In questa immagine possiamo vedere la perfetta armonia tra i concetti positivi dell’arte egizia, e quindi la grandezza, la calma maestosa e la forza, e la nuova arte greca, con il suo studio approfondito della struttura del corpo che stimolava l’artista a studiare l’anatomia delle ossa e dei muscoli e a costruire una figura umana convincente.

Quest’opera testimonia che gli antichi insegnamenti non costituiscono più un ostacolo e non frenano più la libertà dell’artista, anzi lo aiutano a migliorare la propria tecnica.

Le ricostruzioni di questi templi, tra cui Il Partenone che fu terminato una ventina di anni dopo il tempio di Olimpia, diedero il tempo agli artisti di acquisire una disinvoltura e una facilità anche maggiori nel risolvere i problemi connessi alla rappresentazione di una realtà viva e diversa dal passato.

In conclusione, questo equilibrio tra fedeltà ai canoni e libertà ha valso all’arte greca l’ammirazione che ha tutt’oggi, per questo gli artisti in cerca di suggerimenti e ispirazione sono sempre ricorsi a capolavori dell’arte greca. 

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Buona lettura a tutti!

Pubblicato da Rosa C.

Aspirante restauratrice, amante dell'arte in tutte le sue forme. Studio da autodidatta tutti gli argomenti fondamentali per un futuro approfondimento della materia. Seguimi su Instagram, Facebook, Twitter, e presto anche su YouTube e IGTV!

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